Fruttero & Lucentini, A che punto è la notte, Mondadori, Milano, 1979

– Raccogliamoci, prego, – disse Vicini dall’altar maggiore, il brusio cessò. Nel silenzio punteggiato da colpi di tosse si udì l’orologio del campanile che batteva il quarto, e subito dopo un fracasso in fondo alla chiesa. Qualcuno o qualcosa andava urtando i battenti d’ingresso, che a poco a poco si schiusero per lasciar passare prima un piede e poi, tra nuovi urti e tonfi, una grossa e malconcia valigia dagli spigoli ferrati; seguì il braccio che seguiva la valigia, il ginocchio che la spingeva e infine, di sbieco, tutto un omone con un voluminoso fagotto sotto l’altro braccio, un cappellaccio in testa e una lunga, lacera mantella dai lembi inzaccherati.

– Oh… – esclamò dall’altare Vicini, mentre tutti si voltavano incuriositi e i due agenti, dalle rispettive colonne, si preparavano a convergere precauzionalmente sul nuovo venuto. – Oh, – ripeté impostando meglio la voce perfezionando nello stesso tempo il tono di lieta sorpresa, – c’è un viandante!

L’individuo lasciò cadere con fragore il valigione di fibra, si tolse rispettoso il cappellaccio e si fece il segno della croce.

– Sì, – confermò con naturalezza, – sono un semplice viandante, appena giunto a Babilonia.

– Ah, – disse Vicini col massimo sforzo di partecipazione, ma consapevole lui per primo (insieme a Monguzzi, che ne riconobbe all’istante l’inflessione da recita parrocchiale) della pochezza drammatica di quell’ “Ah”. – E da dove giungi, straniero?

– Dal mio villaggio tra i monti – rispose lo “straniero”. Risollevò con ostentata fatica il valigione e prese ad avanzare a passi lenti sonori sul nudo impiantito, verso il suo distante interlocutore.

[…]

– Sì, dal mio umile villaggio tra i monti, – ripeté con più forza il viandante, fermandosi alla fine della corsia. – Ma, – aggiunse dopo un momento d’attesa, – voi di certo vi chiederete…

Tu, amico, mi chiederai…

Dal tono pungolante e dall’incerta pausa che seguì, fu chiaro che l’ingegnere per impaccio o smemoratezza, non stava dandogli la replica come doveva. – Allora! – tuonò il viandate apertamente spazientito. – Che cosa mi chiederai?

[…]

– E perché sei venuto a Babilonia? – lesse l’ingegnere ritrovando infine il punto giusto, – che cosa cerchi in questa grande, moderna città? (pp. 159-160-161)

 

A che punto è la notte, di Nanni Loy, con Marcello Mastroianni, Max von Sydow, Marie Laforêt, Angela Finocchiaro, Alessandro Haber, Yvonne Sciò Giallo, Ennio Fantastichini, Italia, 1994

Marcello Mastroianni torna a vestire i panni del commissario Santamaria nell’ideale seguito de La donna della domenica. Stavolta il caso riguarda l’omicidio di Don Pezza, un prete scomodo sospettato di eresia. Le indagini coinvolgono sia la mafia locale sia alti esponenti della Curia per concentrarsi infine sugli adepti della confraternita del prete. Ma quello di Don Pezza è solo il primo di una serie di omicidi e per Santamaria il quadro si farà sempre più complesso…

Le messe di Don Pezza sono una sorta di rappresentazione teatrale a cui partecipano parecchie persone. Proprio durante una di queste prediche il prete viene assassinato. Se nel romanzo e nel film si parla della Chiesa di Santa Liberata, nella realtà la parrocchia affidata a Don Pezza è la Chiesa di  San Filippo Neri, situata in Via Maria Vittoria, 5, all’angolo con Via Accademia delle Scienze. Commissionata nel 1675, per volere del duca Carlo Emanuele II, all’architetto Antonio Bettino, la chiesa fu in seguito rimaneggiata da Filippo Juvarra mentre l’architetto Giuseppe Maria Talucchi operò sulla facciata, trasformandola in stile neoclassico. All’interno, oltre a poter osservare preziosi dipinti e opere del barocco, è possibile visitare la cripta cimiteriale risalente al Seicento e restaurata nel 2006, dove riposano i Padri fondatori, alcuni cittadini illustri dell’epoca, e alcuni caduti nelle guerre napoleoniche. Vi sono conservati anche i resti del beato Sebastiano Valfrè.