di Emanuele Caruso, con Albino Marino, Lorenzo Pedrotti, Simone Riccioni, Sara Francesca Spelta, Francesca Risoli, Italia, 2014, 100’

Durante la festa patronale nel piccolo comune agricolo di Avila dalla televisione giunge un annuncio sconvolgente: entro pochi il sole esploderà e la Terrà sarà distrutta. Ogni persona reagisce a proprio modo: il parroco Don Francesco riflette sulla sua vocazione, Gianni, che è ateo, risponde con sarcasmo e cinismo, Anna, maestra della scuola elementare trova consolazione nell’amore per Marse, il suo compagno, la barista Francesca sogna di riscattarsi da un dolore recente…

Realizzato grazie a una campagna di crowdfunding e distribuito fuori dagli abituali circuiti commerciali, il film di Emanuele Caruso è interamente girato nella provincia di Cuneo.

Il fulcro della pellicola è Avila, con la sua piazza incastonata tra la parrocchia e il municipio. Il nome della località è inventato: infatti, in realtà, ci troviamo a La Morra, vero e proprio “balcone” affacciato sulle Langhe e sulle colline del Barolo. Nelle vicinanze di La Morra si erge il cedro del Libano, piantato nel 1875 nei pressi della chiesa della SS. Annunziata, con il suo campanile romanico e i suoi interni settecenteschi. Nei pressi del cedro è ambientata una significativa sequenza del film.

Altre località rappresentate sono Canale, Monteu Roero, Verduno, Monticello d’Alba, nonché Prunetto e Cortemilia nell’Alta Langa. Alcuni interni sono stati girati ad Alba e Bra.

Il film, pur non trattando direttamente il tema del cibo presenta numerose sequenze di convivialità e di banchetto. Come ha dichiarato lo stesso regista: “Ho coscienziosamente usato il momento del pasto e del banchetto come simbolo di convivialità,  condivisione e gioia. Preparare e condividere il cibo è un valore tenuto in alta considerazione dalle nostre parti ed è l’attimo privilegiato per gli incontri”. In particolare, una lunga sequenza è dedicata alla preparazione dei tipici tajarin (o tagliolini), la pasta fresca lunga all’uovo (sorta di tagliatelle ma più fini) che rappresenta una delle specialità della cucina piemontese e langarola in particolare, spesso profumati con tartufo o conditi con funghi o con ragù di frattaglie. Secondo numerose testimonianze storiche, parrebbe che i tajarin si preparassero già nel XV secolo tra Langhe e Monferrato.