La scelta condivisa di assegnare il Premio Maria Adriana Prolo alla Carriera 2010 a Giuseppe Bertolucci parte dall’idea dell’importanza della preservazione del cinema del passato di cui il Festival del Cinema Ritrovato, organizzato dalla Cineteca del Comune di Bologna, i cui Bertolucci è stato a lungo presidente, ne è un grande esempio. Nella bella intervista che ci ha concesso, ci parla di come ogni anno a Bologna si ripeta la magia di assistere a delle vere e proprie anteprime del passato e di come volontariamente egli si sia allontanato dal cinema e dal lungometraggio di finzione, abitualmente concepito come il “massimo dei formati” da parte dei registi, per avvicinarsi ad altri linguaggi e soprattutto alle immagini ed ai documenti di Pier Paolo Pasolini conservati nell’omonimo Fondo presso la Cineteca del Comune di Bologna, istituzione di cui è Presidente.

Giuseppe Bertolucci ama definirsi un autore marginale: questa sua libera presa di posizione rispetto al cinema di oggi, ci piace pensarla ed immaginarla come l’Olinda di Italo Calvino, ovvero una città (in)visibile, che, a differenza di tutte le altre, dalla periferia riesce a generare continuamente un centro.

Siamo riconoscenti al Torino Film Festival per aver accolto la nostra richiesta di riportare il Premio Maria Adriana Prolo nuovamente a Torino e in una cornice così prestigiosa.
Sempre nell’ottica del profondo rispetto dei padri, durante la stessa occasione, insieme al Comitato Scientifico assegneremo un riconoscimento a Silvia Toso, fondatrice di Hollywood Party di Radio Rai Tre nel 1994. Programma con cui siamo letteralmente cresciuti, definita “la più grande trasmissione della radio dai tempi di Marconi”, come recita ogni sera nella sigla Roberto Benigni, valorizzato proprio da Giuseppe Bertolucci a metà degli anni Settanta, prima a teatro con il monologo Cioni Mario di Gaspare fu Giulia, e poi al cinema con Berlinguer ti voglio bene.
Altro riconoscimento sarà consegnato a Lorenzo Ventavoli, Presidente del Torino Film Festival, storico del cinema, esercente, distributore, attore, ex Presidente del Museo Nazionale del Cinema e vero genius loci del cinema torinese . Da quando conosce questo gruppo di lavoro, Lorenzo Ventavoli ci sostiene, ci stimola e ci incoraggia a creare momenti di diffusione della cultura cinematografica attraverso occasioni d’incontro e di discussione.
Concludo questo mio primo intervento su Mondo Niovo 18-24 ft/s pensando ad un uomo che sapeva sorridere anche in situazioni molto più difficili di quelle attuali, Vittorio Foa, che spesso amava dire ai suoi coetanei: “Lasciate che i giovani sbaglino, vuol dire che stanno facendo”: e sappiamo bene come la cultura del fare sia così importante per la nostra città e per la nostra regione.

L’Associazione Museo Nazionale del Cinema ringrazia Gianni Amelio, Emanuela Martini, Bruna Ponti, Mara Signori, Caterina Renzi, Luca Andreotti, Agata Czerner, Marco Petrilli, Federica Mattalia, Paola Ramello, Marta Franceschetti, Francesca Galletto e Lorena Borghi del Torino Film Festival; Alberto Barbera, Sandro Casazza, Angela Savoldi, Maria Grazia Girotto, Veronica Geraci, Stefano Boni, Grazia Paganelli, Erika Pichler, Andreina Sarale, Luca Giuliani, Marco Grifo, Paola Bortolaso e Stefania Carta della Fondazione Maria Adriana Prolo-Museo Nazionale del Cinema; Franco Prono e Nello Rassu dell’Università degli Studi di Torino; Stefano Della Casa, Alessandro Gaido, Paolo Manera, Diana Giromini, Giovanna Mais, Alejandro de la Fuente, Silvano Besenzoni, Angela Greco, Antonio Pessolano, tutti gli autori dei contributi del presente numero, e, naturalmente, Giuseppe Bertolucci per la disponibilità e cortesia castamente mostrata.

Da Editoriale di Vittorio Sclaverani, “Mondo Niovo 18-25 f/s”

“…Alla fine mi ritrovai in una sala
cinematografica piena di ciechi.
Cosa vedranno i ciechi al cinema?”.
Carlo Monni in Figlio di puttana.
Omaggio a Sergio Leone, 1980.

Parlando del suo Panni sporchi, Giuseppe Bertolucci ha affermato: “[…] è l’esempio di quello che vorrei sempre fare: dei film inclassificabili, che mettano in crisi la pigrizia dei critici e degli spettatori, che vengano riscoperti qualche anno dopo, amati da generazioni disomogenee, insomma delle “eccezioni”. Alle “regole” pensano già in troppi”.i

In effetti, l’opera di Bertolucci è una sorta di corpo estraneo all’interno del cinema italiano degli ultimi trenta cinque anni. Almeno sin dal suo lungometraggio d’esordio, Berlinguer ti voglio bene, il regista si colloca in una posizione indefinibile, marginale e appartata, come lui stesso rileva: “Credo che il dato che contraddistingue meglio la mia filmografia, dall’inizio della carriera a oggi, sia una specie di vocazione costante che io definisco “marginalità consapevole” […]. È una delimitazione di territorio, l’accettazione di confini ben precisi dentro i quali esercitare la propria pratica creativa. In altre parole è la scelta di un cinema che dal modo di produzione al modo di distribuzione è escluso e o si autoesclude dai circuiti di grandi eventi popolari. […] “marginalità consapevole” è la scelta di un tipo di cinema che non preveda, ne suo codice genetico, l’obbligo di arrivare a un pubblico sterminato o di realizzare il successo clamoroso di mercato. Insomma posso dire che nel mio vocabolario, marginalità è sinonimo di libertà”.ii

Il cinema di Giuseppe Bertolucci è in costante movimento, mai assestato su posizioni occupate in precedenza. E non è un caso che i suoi film siano spesso incentrati su personaggi privi di una caratterizzazione univoca, personaggi in costante ricerca di un equilibrio forse mai raggiungibile. Personaggi più volte mostrati in situazioni di viaggio e spostamento: “Ho sempre privilegiato treni e stazioni. La stazione è il tempio della provvisorietà, del mutamento e della casualità, e il caso come primo motore immobile è l’unico piccolo vizio metafisico che mi concedo”.iii

Il rapporto di Giuseppe Bertolucci con il cinema non è mai stato quello di un intransigente cinéphile passato alla regia. Accanto alla dozzina di lungometraggi di finzione e a numerosi lavori documentari e televisivi, la sua carriera è infatti accompagnata dalla grande passione per il teatro, che si concretizza nella scrittura e direzione di alcuni monologhi, peculiarità della sua attività per il palco.
Nel corso degli anni Giuseppe Bertolucci ha attraversato periodi di “distacco” dal cinema praticato: il suo ultimo lungometraggio, L’amore probabilmente, risale al 2001. Durante l’intervista che troverete nelle pagine che seguono, ha affermato con chiarezza che in questo momento non sente particolarmente la mancanza del cinema.
Mario Cioni (Roberto Benigni in Berlinguer ti voglio bene), si esprime in questi termini: “Il cinema è una fregatura, io non ci torno più, ma la gente come ci va, sempre pieni, sempre pieni tutti i cinema, andate, andate al cinema imbecilli a spendere mille lire. Ma io dico almeno facci vedere qualcosa che non si vede nella vita regolare!”.
Nell’atteggiamento di Giuseppe Bertolucci verso la settima arte non c’è forse niente delle parole del suo personaggio. Come emerge bene dall’intervista che troverete nelle prossime pagine, Giuseppe Bertolucci – che nel corso della sua attività ha sperimentato nel campo della pittura, della poesia, del teatro e dell’audiovisivo – concepisce il cinema come una delle forme di espressione possibili, non come l’unica. Per usare le sue parole, Giuseppe Bertolucci vive una fase di “sospensione del desiderio” nei confronti del cinema, ma, sempre come lui stesso precisa, sospensione non significa fine.
Per questo, lo immaginiamo ancora dietro alla macchina da presa in un futuro imprecisato: nel frattempo, lo possiamo “incrociare” nella sua attività a teatro, nel suo ruolo di Presidente della Cineteca di Bologna (anche grazie ai lavori su Pasolini che lui stesso ha curato), e grazie alla (ri)scoperta del suo cinema del passato, un passato significativamente in grado di riattualizzarsi nel nostro presente.

da Il cinema probabilmente. Omaggio a Giuseppe Bertolucci, di Claudio Di Minno e Emanuele Tealdi